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12月15日 v(u)oto di fiducia...e costruzione dell'immaginario Un livido sui tuoi occhi e non puoi dire che sia freddo. Solo stanchezza incolore. Tante attese in fila senza rispettare il turno. E ogni episodio si fa trama di un ordito che sembra senza punti di rottura. Alla fine è tutto disomogeneità investita di rigidità. Il doppiopetto di un'emozione emigrata. Passata in rassegna sotto giorni seriali ad aspettare un'estate che verrà, la crisi che arriverà, il governo che non la supererà, il Natale che passerà. Ti scopri povera e nuda. Testimone delle tue violenze. Di ballerine e nani sempre più balenati. Di miracoli impossibili e mediatizzati. Impacchettata in parole biodegradabili senza un briciolo di verità. Di una bellezza decadente e inutile. Con il fascino di una cinquantenne che guarda al passato solo dietro i suoi occhiali oscurati. E del futuro ha paura perché nel futuro c'è un ordine non precostituito. Ti rivedi tirata. A campare, tanto non c'è niente di male. Tutto come se non fosse successo mai niente. Politici impresentabili, giornalisti che non aggiornano, giudici ingiudicabili, obiettivi che non si obiettano, lavoratori che non lavorano e altri che muoiono. Carne mandata al macello a trent'anni. Da vecchi bavosi di un potere inerme e conservativo. Incatenata da chi non si ribella perché può solo sbarcare e dai masanielli che sanno soltanto trasportare. Campioni del mondo dell'ipocrisia. Mezzo secolo per costruire una via. Di fuga, neanche a parlarne. Con chi ti ha dato la vita e adesso ti sta negando la sorte. I comunisti sempre pronti a servire il nuovo padrone. I figli a parole e la busta paga nel cuore. E vorresti solo perderti nella speranza. Vorresti solo ritrovarti che tutto sia così. Senza un motivo. Come sempre. Come mai? |
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