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日志


6月19日

shampista esistenzialista

Tacchi sotto la finestra. Mentre si sente il giorno crogiolare. Il silenzio è scalfito appena da una porta che sa di sogni. E senza segni si lascia andare. Poco più in là una voce. Senza abbassare la guardia di un richiamo in prima. Una notte che guarda impazzita. Piazzata su un telo di spugna. Per una televendita di disincanto e di sicurezza in pacchetto famiglia. Più lo stress che si legge dai volti chinati sulla strada. In maglie tirate senza convinzione. Su donne assicurate. Indecise ad ogni emozione.
 
Aria che canta. Lavoro di note. Ferma, impassibile. Sopra il mio corso. Distesa ad ogni piega. Inopportuna e sacrificata. Spesata in un giugno che vive. Dapprima reprime. Esprime esami, anagrammi di estate e prefissi di fate. Chimere non lette e sorprese di latta. Con gli aspetti disfatti e i rossetti di sarte. Il gommista di fiducia nella terra che brucia. Tu così amena. Avara di silenzi. Preziosa nel tuo non essere. Come ogni te. Come una diversità ripetuta. Dietro una battuta. Dietro un altro cambio di scarpe. Se si fa in fretta a rivedere quel dito impresso sul bicchiere. Quel nero velo all'improvviso. Un ultimo profumo di polvere sul vestito.

6月15日

io sto bene

Nei suoi occhi c'è tutto quello che vorrei. Il lato chiaro delle parole e il buio di una candela in un terrazzo appagato. Ogni sensazione che può tingersi di rosso e diventare pallido bagliore in quelle notti in cui non c'è più niente da fare. Perso in mille sguardi perduti. Immerso in un tepore minato da freddure. Come se ogni parola che avessi scritto finora fosse solo niente. E il protagonista delle sue storie fosse un tipo un po' egoista, al limite di una storia spazzata via. Eppure candidamente non è così. Le vie sono solo un passaggio: lungo o breve non importa. Una breccia aperta da un attimo e chiusa subito dopo.
 
Parlano dei sentimenti come fossero latte e miele. Parlano dell'estate e la confondono con la panacea. Parlano e parlano. Dimenticano nei vuoti la bellezza. Il senso estetico delle emozioni. Stilisticamente perfette. Sintatticamente sempre errate. Come una donna che fa l'amore: scorretta e imperfetta. Non ho voglia di sentire. Non ho voglia di morire. Quando io sto bene. Quando il mondo sono io. Quando qui comando io. Sono un bambino viziato, cresciuto e pasciuto. Tutto intorno fuck off. Nei miei passi sparsi. E non ho second life, né ricorrenze da celebrare. Sono anarchia nella mia maniacale organizzazione. Nell'ordine distrutto da una vita che è come le gambe delle ragazze: scoperte solo d'estate. Eppure di scoprire non finirei mai. Comincerei dal silenzio per eliminare tutte le voci assordanti. Passerei all'ambiguità perché si spiega più facilmente della linearità che è solo paura.

Io sto bene. È ancora il mio 2008. Aspetto e metto mattoncini. Nei punti interrogativi, ho smesso di volere risposte. La libertà è un castello di palle accoppiate e palloni bucati. Il mio logo non ha timbri. E chiedetevelo voi cosa sia la felicità. Perché a me non interessa. Io corro e scorro. Culi, tette e baionette. Confesso solo il mio amore per il 7. In un numero primo non c'è disfunzione. Bruciano ore e minuti. Distrutti da una canzone. La pellicola respira più lentamente. Diventa sale abbracciato nell’acqua bollente. Te la senti addosso con il fiato sul collo. Come un giorno che ti chiede nome e cognome. E ti lascia un messaggio su occupato: «Sei venuto a prendermi al binario sbagliato». Arrivo. Fatemi un fischio quando lo avrete trovato.