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1月10日 l'uomo in piùTaglio le strade ed è come non essere mai passata per i volti delle persone che mi conoscono. È l’ipotesi più probabile: dimenticare la dittatura dei giorni per trovare un’ora di lieto fine. Nel freddo di un inverno pesante. Come gli accenti che mi circondano. Come i fuochi che saltellano dove le vedove della paura si nascondono. Anche le mani mi ricordano che non c’è niente che sia per sempre. E i jeans troppo stretti, avvitati a una fascia in cui a stento riconosco un’identità. Fiori un po’ deconcentrati. Ecco intorno qualche sentimento e una rivelazione plateale. Il mio istinto è un trionfo di errori. Un po’ per caso cerco casa. Bum bum di cuori decorati. Mioplastiche incoronate a tratti. Attratti per appassire, ire, ire più di un santo all'imbrunire. Di questa civiltà. Sorrisi, avvisi. Quel take it easy fatto di corsa prima di partire. Con la banalità di un ritardo per cui presento le mie dimissioni dall'umanità. Tutto è reale. Mentre scorre sul canale la fluttuazione di un ricordo in prima serata. Ho fatto troppo poco per restare. Allora mi rilasso sui miei passi. Gioco a sassi con i miei quattro assi. E cerco la lingua giusta per leggere nel vento quella trasparenza che mi rende una in più. 6月19日 shampista esistenzialistaTacchi sotto la finestra. Mentre si sente il giorno crogiolare. Il silenzio è scalfito appena da una porta che sa di sogni. E senza segni si lascia andare. Poco più in là una voce. Senza abbassare la guardia di un richiamo in prima. Una notte che guarda impazzita. Piazzata su un telo di spugna. Per una televendita di disincanto e di sicurezza in pacchetto famiglia. Più lo stress che si legge dai volti chinati sulla strada. In maglie tirate senza convinzione. Su donne assicurate. Indecise ad ogni emozione.
Aria che canta. Lavoro di note. Ferma, impassibile. Sopra il mio corso. Distesa ad ogni piega. Inopportuna e sacrificata. Spesata in un giugno che vive. Dapprima reprime. Esprime esami, anagrammi di estate e prefissi di fate. Chimere non lette e sorprese di latta. Con gli aspetti disfatti e i rossetti di sarte. Il gommista di fiducia nella terra che brucia. Tu così amena. Avara di silenzi. Preziosa nel tuo non essere. Come ogni te. Come una diversità ripetuta. Dietro una battuta. Dietro un altro cambio di scarpe. Se si fa in fretta a rivedere quel dito impresso sul bicchiere. Quel nero velo all'improvviso. Un ultimo profumo di polvere sul vestito.
6月15日 io sto beneNei suoi occhi c'è tutto quello che vorrei. Il lato chiaro delle parole e il buio di una candela in un terrazzo appagato. Ogni sensazione che può tingersi di rosso e diventare pallido bagliore in quelle notti in cui non c'è più niente da fare. Perso in mille sguardi perduti. Immerso in un tepore minato da freddure. Come se ogni parola che avessi scritto finora fosse solo niente. E il protagonista delle sue storie fosse un tipo un po' egoista, al limite di una storia spazzata via. Eppure candidamente non è così. Le vie sono solo un passaggio: lungo o breve non importa. Una breccia aperta da un attimo e chiusa subito dopo.
Parlano dei sentimenti come fossero latte e miele. Parlano dell'estate e la confondono con la panacea. Parlano e parlano. Dimenticano nei vuoti la bellezza. Il senso estetico delle emozioni. Stilisticamente perfette. Sintatticamente sempre errate. Come una donna che fa l'amore: scorretta e imperfetta. Non ho voglia di sentire. Non ho voglia di morire. Quando io sto bene. Quando il mondo sono io. Quando qui comando io. Sono un bambino viziato, cresciuto e pasciuto. Tutto intorno fuck off. Nei miei passi sparsi. E non ho second life, né ricorrenze da celebrare. Sono anarchia nella mia maniacale organizzazione. Nell'ordine distrutto da una vita che è come le gambe delle ragazze: scoperte solo d'estate. Eppure di scoprire non finirei mai. Comincerei dal silenzio per eliminare tutte le voci assordanti. Passerei all'ambiguità perché si spiega più facilmente della linearità che è solo paura.
Io sto bene. È ancora il mio 2008. Aspetto e metto mattoncini. Nei punti interrogativi, ho smesso di volere risposte. La libertà è un castello di palle accoppiate e palloni bucati. Il mio logo non ha timbri. E chiedetevelo voi cosa sia la felicità. Perché a me non interessa. Io corro e scorro. Culi, tette e baionette. Confesso solo il mio amore per il 7. In un numero primo non c'è disfunzione. Bruciano ore e minuti. Distrutti da una canzone. La pellicola respira più lentamente. Diventa sale abbracciato nell’acqua bollente. Te la senti addosso con il fiato sul collo. Come un giorno che ti chiede nome e cognome. E ti lascia un messaggio su occupato: «Sei venuto a prendermi al binario sbagliato». Arrivo. Fatemi un fischio quando lo avrete trovato.
3月14日 orario precarioFumo nero come l'ira. Intorno al soffice pensiero di un ritorno. Birra fredda, ghiacciata, gelata. Passata in rassegna dalle gambe agli occhi. Schedato anche l'ultimo ricordo. E lui che non passa mai. E lui che non torna. Un dentifricio sbiancante per un sorriso catodico. Passo, tacco, spinta. Sono nella mente. Sono clamorosamente niente. E aspetto che quel faro illumini il percorso. Con il concorso di un muso duro. Quasi quanto il muro da abbattere. Nella spinta rivoluzionaria a conservare. Soffocare ogni culla di idee. Ipocriti e omertosi. Sinistri apparenti. Mammetti e papetti. Lecchini democratici. Quasi più ripugnanti degli eroici paladini della libertà. Come quelli che scrivono il mattino con il panino. O chi racconta la plastica della realtà.
L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno
Quando il futuro è solo piombo su queste città Sotto una cupola che sembra la normalità. L’aria è più pesante che mai e brucia tanto che manca l’ossigeno Troppi silenzi in quel cemento che già sanguina Troppe speranze nel mirino che ora luccica. Dammi il tuo tempo confuso. Il tuo scempio di un'energia che non tornerà. Fanne abuso e benvenuto nel paginificio. La tua forza al servizio dell'inutilità. Di chi mai percepirà capendo cosa? Tanto basta arrivare a fine mese. Anche se a farne le spese è la tua dignità. In un eschimo confuso. Con la tua voglia di libertà. Lontana da un monolocale a 600 euro più spese. Lontano dalle vacche grasse di una città morfologicamente parassita. Lontano da un paese eremo e demitianamene corretto. Lontano mentre vedo un letto e un giorno passato senza che nulla sia cambiato. Come al solito. In questo trasparentissimo mentre.
Italia anno zero
12月15日 v(u)oto di fiducia...e costruzione dell'immaginario Un livido sui tuoi occhi e non puoi dire che sia freddo. Solo stanchezza incolore. Tante attese in fila senza rispettare il turno. E ogni episodio si fa trama di un ordito che sembra senza punti di rottura. Alla fine è tutto disomogeneità investita di rigidità. Il doppiopetto di un'emozione emigrata. Passata in rassegna sotto giorni seriali ad aspettare un'estate che verrà, la crisi che arriverà, il governo che non la supererà, il Natale che passerà. Ti scopri povera e nuda. Testimone delle tue violenze. Di ballerine e nani sempre più balenati. Di miracoli impossibili e mediatizzati. Impacchettata in parole biodegradabili senza un briciolo di verità. Di una bellezza decadente e inutile. Con il fascino di una cinquantenne che guarda al passato solo dietro i suoi occhiali oscurati. E del futuro ha paura perché nel futuro c'è un ordine non precostituito. Ti rivedi tirata. A campare, tanto non c'è niente di male. Tutto come se non fosse successo mai niente. Politici impresentabili, giornalisti che non aggiornano, giudici ingiudicabili, obiettivi che non si obiettano, lavoratori che non lavorano e altri che muoiono. Carne mandata al macello a trent'anni. Da vecchi bavosi di un potere inerme e conservativo. Incatenata da chi non si ribella perché può solo sbarcare e dai masanielli che sanno soltanto trasportare. Campioni del mondo dell'ipocrisia. Mezzo secolo per costruire una via. Di fuga, neanche a parlarne. Con chi ti ha dato la vita e adesso ti sta negando la sorte. I comunisti sempre pronti a servire il nuovo padrone. I figli a parole e la busta paga nel cuore. E vorresti solo perderti nella speranza. Vorresti solo ritrovarti che tutto sia così. Senza un motivo. Come sempre. Come mai? |
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